Negli ultimi tempi ho provato a fare un esercizio apparentemente semplice: chiarire quali siano davvero i miei valori fondamentali.
Non una lista di cose che considero positive. Non parole come libertà, creatività, famiglia, successo, integrità, curiosità messe in fila perché “suonano bene”. Quasi tutti direbbero di preferire la verità alla menzogna, la libertà alla coercizione e la felicità alla sofferenza.
Il problema interessante comincia quando due cose buone entrano in conflitto.
Libertà o appartenenza?
Verità o armonia?
Profondità o varietà?
Creazione o connessione?
Significato o gioco?
Autonomia o obbligo?
È lì che una lista di valori comincia a diventare qualcosa di più concreto.
I valori dichiarati e quelli rivelati
Una delle cose che ho trovato più utili è distinguere tra valori dichiarati e valori rivelati.
I primi sono quelli che diciamo di avere.
I secondi emergono da come abbiamo realmente vissuto: dove abbiamo investito tempo, denaro, energia, cosa abbiamo protetto, cosa abbiamo sacrificato, quali situazioni abbiamo trovato intollerabili.
A prima vista, guardando la mia vita, si potrebbe pensare che per me siano centrali il successo, la competenza, la carriera, la padronanza tecnica.
Ho dedicato molto tempo a costruire competenze. Ho avuto una carriera di successo. Ho lavorato su problemi difficili. Ho raggiunto una certa sicurezza economica.
Ma guardando più attentamente, mi sono accorto che molte di queste cose erano forse mezzi più che fini.
La competenza mi ha dato autonomia.
Il lavoro mi ha dato sicurezza economica.
La sicurezza mi ha permesso di viaggiare, esplorare, imparare, sperimentare.
Il successo professionale non era necessariamente il valore ultimo.
La domanda più utile: cosa sarebbe peggio?
Una domanda che mi ha colpito è stata questa:
Quale di queste condizioni sarebbe peggiore: essere intrappolato, annoiato, solo, incompetente, senza scopo, dipendente, disconnesso dalla realtà, ordinario o non creativo?
La mia risposta è stata immediata.
Prima di tutto: essere intrappolato.
Poi: vivere senza significato.
Poi: essere annoiato.
Mi sono reso conto che l’autonomia per me non è semplicemente una preferenza. È quasi una condizione strutturale della vita buona.
Posso accettare limiti. Posso anche accettare obblighi importanti verso altre persone. Ma faccio fatica a immaginare una vita in cui la perdita di autonomia diventi permanente.
Allo stesso tempo, non voglio una libertà vuota.
L’idea di passare anni semplicemente consumando tempo — televisione, video, intrattenimento, giornate tutte simili — mi risulta quasi più disturbante dell’idea di non “produrre” nulla.
Il punto non è essere produttivi. Il punto è essere coinvolti.
Forse non cerco uno scopo, ma un coinvolgimento significativo
Per molto tempo ho pensato al problema in termini di “scopo”.
Qual è il mio scopo?
Cosa dovrei fare dei prossimi dieci o quindici anni?
Su quale progetto dovrei concentrarmi?
Ma forse la parola “scopo” è troppo rigida.
Mi sono accorto che posso trovare perfettamente sensato passare una giornata a fare musica senza che quella musica debba andare da nessuna parte. Posso imparare una nuova abilità senza volerla trasformare in carriera. Posso viaggiare, leggere, costruire qualcosa, esplorare una nuova tecnologia senza che tutto questo debba diventare parte di una grande narrativa.
Non ho bisogno che ogni attività produca un risultato.
Ho però bisogno che la vita nel suo complesso non sembri passiva.
Da qui una formulazione che mi convince di più: coinvolgimento significativo.
Vivere in rapporto attivo con il mondo. Imparare, osservare, esplorare, creare, conversare, prendersi cura di qualcuno, stare in silenzio, lasciarsi sorprendere.
Non semplicemente far passare il tempo.
Esplorazione più che specializzazione
Un altro valore che è emerso con forza è l’esplorazione.
Se dovessi scegliere tra diventare eccezionalmente competente in due o tre domini nell’arco di dieci anni, oppure continuare ad attraversare molti territori diversi senza arrivare alla maestria in tutti, sceglierei la seconda opzione.
Questo spiega molte cose della mia vita.
Software, musica, fotografia, filosofia, tecnologia, viaggi, meditazione, ora persino il desiderio di imparare a lavorare il legno.
Non mi interessa necessariamente diventare “quello che fa una cosa sola molto bene”.
Mi interessa aprire porte.
Capire cosa c’è dietro.
Restarci abbastanza da imparare qualcosa.
E poi, forse, aprirne un’altra.
Creare, ma non necessariamente lasciare qualcosa
Pensavo che la creazione fosse uno dei miei valori più centrali.
In parte lo è.
Ho sempre fatto cose: software, musica, fotografie, scrittura.
Ma mi sono posto un’altra domanda: se trascorressi un anno esplorando idee, viaggiando e incontrando persone interessanti, senza produrre nulla, sentirei di aver sprecato quell’anno?
La risposta è no.
Questo mi ha fatto capire che la creazione per me è spesso un modo di esplorare, non necessariamente una missione.
Molte delle cose che faccio assomigliano più a un mandala che a un monumento.
Non ho un grande bisogno di lasciare un’eredità.
Il processo può bastare.
Il problema dell’intimità
C’è però una parte della mia vita che questo modello rischia di sottorappresentare.
Ho vissuto in modo piuttosto autonomo e solitario. Una vita intellettualmente ricca, creativa, spesso interessante, ma con meno relazioni profonde di quanto probabilmente avrei voluto.
Quando mi sono chiesto quale parte della vita avessi esplorato meno, la risposta è stata immediata: le relazioni umane.
Non tanto la socialità generica.
Piuttosto l’intimità.
Essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Essere amati. Avere una relazione in cui possano convivere intimità emotiva, complicità intellettuale e vicinanza fisica.
Qui emerge una tensione che credo non vada “risolta”, ma gestita:
autonomia e intimità.
Una relazione profonda impone inevitabilmente vincoli. Richiede tempo, compromesso, responsabilità.
Ma una vita completamente libera da vincoli rischia anche di diventare una vita in cui nessuno può davvero entrare.
Forse il problema non è scegliere tra libertà e relazione, ma costruire forme di relazione che non richiedano l’annullamento di una delle due.
Verità, ma con umiltà
Un altro valore emerso con forza è la verità.
Se devo scegliere tra dire ciò che credo vero e preservare l’armonia, tendo a scegliere la verità.
Non per il gusto di essere brutale.
Piuttosto perché penso che l’altra persona abbia diritto a sapere cosa penso davvero, per poter decidere con la propria testa.
Ma questo deve convivere con una seconda convinzione: il mio punto di vista è limitato.
Dire la verità non significa pretendere di possederla.
Forse la formulazione migliore è: integrità con umiltà epistemica.
Dire ciò che credo quando conta, ma ricordare sempre che potrei sbagliarmi.
La dimensione della presenza
C’è infine un’altra parte che non rientra bene nelle categorie di crescita, apprendimento, relazioni o creazione.
Alcuni dei momenti più intensi della mia vita non sono stati momenti di successo.
Sono stati momenti di presenza.
Camminare nella natura.
Meditare.
Sentire per un attimo una forma di connessione con il mondo meno mediata dall’idea di me stesso, dai progetti, dalle preoccupazioni, dalle categorie abituali.
Mi sono chiesto: se avessi una vita piena di viaggi, relazioni, attività creative e stimoli intellettuali, ma non provassi mai più quella dimensione, mi mancherebbe qualcosa?
Sì.
Questo mi fa pensare che anche la presenza o la trascendenza siano valori reali, e non semplicemente stati piacevoli.
La mia lista, per ora
La mia mappa attuale è questa:
Autonomia
Esplorazione
Coinvolgimento significativo
Verità e integrità
Intimità
Presenza e trascendenza
Cura e contributo
Non la considero definitiva.
Anzi, credo che il punto di un esercizio del genere sia proprio evitare di trasformare i valori in una nuova identità rigida.
Il principio che mi sembra più importante
La conclusione più utile, alla fine, non è stata tanto la lista.
È stata questa:
Non ottimizzare un valore fino a distruggere gli altri.
L’autonomia senza intimità diventa isolamento.
L’esplorazione senza presenza diventa irrequietezza.
Il significato senza gioco diventa ossessione.
La verità senza umiltà diventa dogmatismo.
La cura senza autonomia diventa prigionia.
La creazione senza connessione può diventare un mondo privato in cui nessun altro entra.
Forse i valori non servono a dirci chi siamo.
Servono a ricordarci quali forme di squilibrio ci assomigliano abbastanza da poterci ingannare.
E forse, quando non sappiamo cosa fare della nostra vita, una domanda più utile di “qual è il mio scopo?” è:
Questa scelta rende la mia vita più libera, più esplorativa, più viva, più vera, più connessa, più presente o più capace di cura? E quale di questi valori sto sacrificando in cambio?
